Sono

Utente: xxnecrodaimonxx
Nome: Daimon
Una personalità itinerante.

Description

Racconti e psico-traumi

Words

"Prima della nascita, l'anima di ciascuno di noi sceglie un'immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino".
Hillman

Archive

oggi
marzo 2008
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007

Recent Comments

Lella77 in CRISTINA

Links

LA POESIA DEL DEMONE

Credits

Template modificato da NECRODAIMON



Template designed by: Anarion and Devon
Distributed by:Templates Under The Moonlight

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Counter

*loading* visitatori

IL DAIMON



martedì, 04 marzo 2008

CRISTINA

Categories: racconti



Lei me l’aveva sempre detto che il mare era l’infinito fatto a misura d’uomo.
Cristina muoveva quelle sue labbra pronunciando sillabe fatte non di sola voce, ma di orizzonte e vento e scogliere battute dalla pioggia.
Stava davanti ai miei occhi e mi guardava: una contemplazione racchiusa tra confini palpabili ed eterei, visto e non visto, onirico e carnale.
Il mare… I suoi lampi d’acqua e spuma raccolti negli occhi di Cristina; un invito a cedere verso sponde più vaste, senza avere paura dell’immenso, diventando parte dell’immenso stesso.
La incontrai un giorno d’agosto nel lido “La conchiglia”.
I dialoghi non necessitano sempre di parole per ottenere una forma di comprensione reciproca. Era bello smarrire il pensiero in dislessie sentimentali che trovavano pieno senso nel non senso.
Perché l’amore è una sorta di senso nel non senso, no? Dicono che l’amore rincoglionisca tutti, ma è anche vero che la stretta razionalità marca la mente con morse ancora più spietate.
Con Cristina la razionalità era solo un trampolino di lancio verso universi d’ignota bellezza.
Ho dimenticato di dire che l’amore riserva anche le sue sottili dipendenze: lead a luci rosse che portano a benedire e maledire il legame, l’alchimia.
E cos’era Cristina?
Forse lei era solo un’eterna apnea, eterna come l’amore, che è eterno finchè dura, finchè i polmoni non scoppiano e anche allora sembra di continuare a soffocare, a morire, a vivere.
No… Cristina era oltre.
Persino le sue lacrime sapevano di salsedine; il suo pianto era il mare aperto, col suo rombo azzurro e le correnti calde e fredde e le spirali profonde di gorghi scuri come eterne e irresistibili menzogne.
Ed io mi accorgevo di amare la verità e la menzogna al contempo.
Il rapporto con Cristina era un tacito patto che mi riservava le più dolci promesse, ma anche le illusioni più bastarde, in una combinazione scandita da secondi, minuti e ore dilatati all’infinito.
E dopo? Senza lei cosa mi restava?
Non saprei dirlo con precisione. Dire che restavo in compagnia di un vuoto eterno sarebbe fin troppo riduttivo. Il vuoto è un tutto da scoprire, una rivelazione rollata dentro una cartina Rizzla e fumata in un attimo.
Per questo è difficile comprendere il vuoto; perché pochi sanno cogliere l’attimo e il messaggio che in esso risiede.
Cristina era il mio continuo “carpe diem” trasformato in un continuo interscambio di follia e lucidità: una pista a forma di otto dentro cui mandare a puttane ogni convenzione sociale, ogni moralismo preconfezionato.
E poi giunse il naufragio completo, l’ultima assoluzione da tutti i mali.
Lei mi abbandonò all’improvviso, come se qualcuno avesse spento la luce con l’interruttore e un attimo dopo un freddo e intenso bagliore avesse illuminato uno spazio deserto.
Sentii dolore?
Non saprei dirlo con certezza. Io so solo che in un istante il fragore del mare divenne più forte, quasi assordante. Poi rimase un sibilo, uno strano sussurro, e infine una profonda pace…
Cristina era bella, era bella e spietata. Era lontana come un’eco insistente e immensamente vicina come la furia di un’onda.
Lei era il mare…
Ancora adesso mi sembra di toccare i suoi capelli dello stesso colore della sabbia dorata. Ancora adesso mi sembra di assaporare la salsedine delle sue lacrime.
E ancora odo il suo respiro nelle mie orecchie così avvezze ad ascoltare quel richiamo ammaliante.
Ancora…
Mi trovarono sulla spiaggia, con la faccia rivolta verso il cielo, gli occhi semichiusi come se volessero catturare un sogno ormai fuggito per sempre, e il sorriso triste di un amante tradito.
Cristina… Sogno profondo racchiuso in una siringa di plastica opaca e un ago sottile come una crudele lusinga.
Cristina… La mia overdose, la mia fuga eterna verso il mare.


posted by: xxnecrodaimonxx at 20:50 | My Site | commenti (2) |permalink|

domenica, 16 settembre 2007

AMORE E MORTE (l'abbraccio)

Categories: racconti



La prima volta che conobbi Morgana avevo 18 anni, un mucchio di sogni già infranti e sette scheletri sepolti nel mio armadio personale.
Sette, come i peccati capitali. Sette, come le cicatrici che portavo sulla schiena, ricordo delle sbronze di mio padre.
Morgana aveva 25 anni, fascino da gothic-lolita, tre amanti importanti o, come diceva lei, spiritualmente nutrienti.
Tre, come i chiodi che avevano ucciso il miracolo di Gesù Cristo. Tre, come le coltellate che avevano ucciso sua madre e la sua adolescenza.
Io e Morgana eravamo amiche. Credevamo di essere sorelle partorite da un utero ribelle, un destino beffardo. Stesso padre inesistente, dio oscuro e uxoricida senza volto; stesso grumo di dolore rappreso nel sangue la cui melodia c’era ben nota durante le amare notti insonni.
Tu ti illudi di essere tutto ciò che gli altri ti dicono di essere: una profezia che si autoadempie rendendoti battito di un cuore marcio, desideroso d’ingoiare una bestemmia chiamata amore.
Morgana scriveva poesie e lavorava in un night-club come cubista. Il resto delle sue giornate era un’overdose continua di Cure e lexotan.
Io avevo da poco finito il liceo e vivevo a casa della mia amica-sorella-amante, triade perfetta, dramma secolarizzato.
Lei amava comporre le poesie su fogli di carta bianca che poi appendeva sul muro accanto alla sua scrivania.
Sublime Morgana, fata metropolitana dai sogni stuprati, nudo pasto offerto a tre demoni spiritualmente salvifici.
Il primo demone si chiamava Axel. Un ragazzo nordico, alto, biondo, patito del pianoforte e del sesso sadomaso.
Diceva che frustare una donna era come spararsi in vena un ouverture di Rachmaninov, note umane rapite da sinfonie subliminali.
Io osservavo tutto dal buco della porta che mi separava dalla stanza da letto di Morgana.
Guardare mi faceva bene. Era come se alimentassi la mia anima attraverso la carne di quei corpi uniti. Ogni gemito, ogni movenza, ogni violenza carnale era una verità in più che si aggiungeva al mosaico della mia mente, un coro di angeli perversi che mi iniziava ad una nuova visione.
Lo stereo scandiva le parole di Robert Smith, come pioggia fredda sulla pelle…

“I’m going back to the land
Of the blind…”

Le manette bloccavano le braccia e le gambe di mia sorella; donavano la mia amante alle brame del demone biondo, incondizionatamente.
Eppure Morgana sembrava libera da ogni legame terreno, da ogni sofferenza umana.

“Back to the land where the sun
Never shines…”

Le sue lacrime sapevano di miele e di fughe lontane verso empirei confezionati dalle mani di adoni cocainomani.

“I’m going back there and
I’m hoping to find…”

Quando Axel raggiunse l’orgasmo mi sembrò che un pezzo della mia persona andasse via, in fondo alle viscere di Morgana. Un bacio di anime vestite di disperazione.
Disperazione… perché non ero io ad essere entrata dentro il ventre della mia amica-sorella-amante. Sfottuto sperma di demone nordico!
Poi tutto tornò ad essere noiosa realtà, vagito apatico che reclamava respiro, amore, calore.

“Everything just as it was bifore
I left it all behind.”

Tutto mi sembrava diverso dopo essere tornata da quel viaggio orgasmico in prima classe.
Diverso e immensamente atroce. Ero stata deflorata dal fallo di crudeli inquietudini. Ero morta crisalide e rinata farfalla monca.
Axel si rivestì e uscì di casa senza salutare.
Due giorni dopo lo trovarono a casa morto. Giaceva interamente nudo sul suo letto, legato con cinghie di nero cuoio, evirato. Sicuramente era deceduto per l’eccessiva perdita di sangue. Il medico legale aveva trovato grandi quantità di droga nel suo corpo.
Addio Axel, demone dai capelli biondi, sadico pianista.
Il secondo demone si chiamava Mark.
Fascino medio-orientale, carnagione olivastra, occhi verdi, capelli neri e lunghi. La sua pelle profumava di patchouli ed era feticista dei piedi.
Lui non si prostrava mai di fronte a Morgana. Amava cavalcarla, sedersi sulla sua schiena e leccarle i piedi come fosse un puma affamato.
Carnale Mark che assaporava la virtù celata tra i piedi della donna.
Guardarlo di nascosto mi faceva sentire una ladra di sensazioni. Riuscivo quasi a sentire l’odore del suo sudore unito all’ansimare del corpo della mia amica-sorella-amante.

“Remember the time
That you rained all night…”

Il puma nero si dilettava a vagare nei labirinti di un onanismo affascinante. Un rituale medianico, prostrazione e dominio simultanei per la sua regina sottomessa.

“The queen of Siam
In my arms…”

L’orgasmo bagnò le mie cosce, scivolando come la calda sillaba di un fantasma fino ai miei piedi. Trattenni per un istante il fiato…

“Remember the time
That the islands sank
But nobody opened their eyes.”

Lasciai che quel presente scorresse attraverso le mie labbra schiuse. Ancora un vuoto, ancora una luce spenta e infinito silenzio, fredda bugia.
Mark assunse nuovamente sembianze umane; adesso appariva come un uomo debole, smarrito, un’ombra muta.
Chiuse la porta di casa e non fece più ritorno, né da Morgana né da nessun’altra parte.
Lo trovarono a casa sua, appeso sottosopra, con le dita dei piedi mozzate e quattro siringhe di gardenale nel basso ventre.
Addio Mark, demone medio-orientale, sovrano succube della sua stessa finitezza, metamorfosi incompiuta.
Il terzo demone si chiamava Gabriel.
Apollo diafano, glabro desiderio mascolino che dipingeva sospiri sulla bocca di ogni femmina.
Gabriel era l’angelo del Giudizio, il più affascinante, il più perverso.
Ebbi un fremito mentre la sua pioggia dorata battezzava i seni di Morgana. Impudica benedizione che consacrava ad un intimo oblio, quello che fa del corpo l’altare del sacrificio supremo.
Rideva il demone finale, il dio fatto corpo, urina e mistica selvaggia.

“You’re begging me to stay
But I’m laughing in your face…”

Due schiaffi baciarono il volto della mia amica-sorella-amante. Sentii quei lampi caldi mordere le mie guance e la vista si annebbiò.

“You’re so desperate
Not to let those
Years of care
All go to waste…”

Morgana sembrava adorare quel demone fatto dio, fatto uomo, fatto furia.
Lui la possedeva come un’estasi a metà tra il paradiso e l’inferno e le mura della mia femminilità si frantumavano sotto l’ala di aneliti più feroci, pronte ad accogliere un fuoco più vasto, una verità più blasfema, una purezza più profonda.

“But it was you who wanted love
Not romance
You have to pay the price
My body may be made of fire
But my soul is made of ice.”

L’orgasmo finale, proiettile sparato da mani tremendamente sublimi, penetrò i resti della mia innocenza. Una sindone di ardente piombo per consegnarmi alla notte, per sempre.
Gabriel volò via con la sua irriverente dannazione. E con essa si spense la sua vita, tre giorni dopo il giorno della nostra Apocalisse privata.
Bruciato vivo nella sua alcova terrena.
Addio Gabriel, angelo meraviglioso, sublime fatto carne, ostia forgiata nella nostra paura.
Morgana adesso è sola. Morgana piange, inginocchiata sul suo letto.
Io la osservo attraverso il buco della porta, il foro del mio piccolo confessionale.
Piccola amante mia, libera e adesso più schiava di prima. Perché quel sfottuto vuoto ce lo portiamo dentro e la nostra anima è una fossa che non può contenere tutta questa solitudine.
Esco dal mio erebo personale, la stanza attigua alla camera da letto di mia sorella, il peccato adiacente alla virtù incompresa.
La stringo a me, toccando con le dita tutto il suo dolore. Le dico che resterò io con lei, perché due anime come le nostre sono come brandelli di una stessa tenebra.
A te ho dedicato tre omicidi, amica mia.
Tre, come le coltellate che ci hanno portato via tutto, tranne il nostro peccato.
Ed è in esso che rinasceremo.
Ma tu continua ad abbracciarmi, amore mio. Ancora un attimo… Entro in te, donna di ferro, vergine fatale. Entro nel tuo petto, una, due, tre volte.
Tre, come gli amanti che ti ho rubato. Tre come i colpi mortali che ti regalo.
Ma tu non odiarmi, continua a stringermi.
Io ti sto amando e lo farò per sempre, amica-sorella-amante.


posted by: xxnecrodaimonxx at 15:49 | My Site | commenti (2) |permalink|

sabato, 08 settembre 2007

Categories: psico-trauma

"Raccontami i sospiri che ricami sui fogli
 della tua condanna personale,
12 pollici d’acciaio e carne
che penetrano l’intimità della mia solitudine.
Omicidio passionale…
Crudo eden di baci randagi per vite anonime."
 
Necrodaimon - Destroysex


posted by: xxnecrodaimonxx at 16:15 | My Site | commenti (1) |permalink|

lunedì, 20 agosto 2007

LEGAME

Categories: racconti



LEGAME

Cassandra spense la sigaretta e si abbandonò ai pensieri che frequentemente popolavano la sua mente nelle sere d’autunno.
Il fumo del mozzicone, salendo sinuosamente nell’ aria, sembrava disegnare dei fiori i cui petali svanivano come azzurro etere nel soffitto.
Fuori una lenta e fitta pioggia lavava le strade semideserte e le nuvole erano grigie pietre che apparivano più come buffi palloni fluttuanti.
I suoi occhi erano lucidi, le palpebre semichiuse nascondevano un velo di lacrime, eppure ciò che le divorava il cuore e l’animo non era tristezza, ma una strana attesa. Provava speranza pur sapendo che non aveva nulla su cui sperare.
Erano ormai passati tre anni dalla prima volta che lo aveva incontrato, eppure da quel momento la pioggia autunnale le aveva fatto sempre un effetto particolare, le aveva fatto provare lunghi brividi su tutta la schiena e soprattutto aveva sempre rapito la sua mente in maniera quasi inconscia, senza alcuna spiegazione apparente.
Ma Cassandra sapeva il motivo per cui la sua anima si lasciava prendere da quella voglia di ‘fuggire’ tutte le volte che il cielo piangeva e il sole si spegneva come la fiammella di una candela.
La stanza era piombata nell’ oscurità, ma le luci che filtravano dai vetri della finestra facevano intravedere le sue mani che adesso tremavano impercettibilmente e si stringevano.
Quell’ incontro, ammesso che non fosse stato un semplice sogno, era ancora vivo nei suoi occhi, come un fantasma che non spariva perché non poteva o non voleva sparire.
Proprio adesso sentiva il tocco di quelle mani sulla sua pelle, l’abisso che sembrava inghiottirla, la voce che si insinuava nelle orecchie con una leggerezza che avrebbe fatto svenire anche il più appassionato ascoltatore di musica classica. E lei si mordeva il labbro inferiore, posseduta da quegli attimi che le facevano sussultare il petto come fossero vivido fuoco.
Una nuova notte aveva spiegato le sue ali e il rito sarebbe stato compiuto ancora una volta: uscì e si concesse a quel freddo abbraccio, lasciandosi baciare dalla luce argentea della luna alla quale aveva sempre parlato senza avere altra risposta che il dubbio.
Mentre si recava verso il luogo che aveva segnato in un certo senso il suo destino,
rendendola un brandello di tenebra, i lampioni le sembravano immense lucciole e le persone non erano altro che ombre vaganti prive di una vita.
Nessun’altra meta era stata più importante come quel luogo: il parco che l’aveva vista bambina, quando correva spensierata alla luce del giorno, e che adesso la richiamava incessantemente, come un’ entità affamata che circuiva la sua preda.
Venne quel giorno in cui lei sembrò trovarsi davanti ad un bivio e nel momento in cui accettò quella dolce condanna, la sua esistenza sembrò frammentarsi in minuscole lacrime raccolte dalla mano di colui il quale l’aveva consacrata.
Il rumore dei suoi passi sull’erba umida le risuonava nella testa come un’eco lontana e altrettanto lontano dal mondo le sembrò il posto dove era giunta; un piccolo pezzo di terra sospeso nel vuoto.
Cassandra si fermò e per un breve istante rimase ad ascoltare i battiti del suo cuore. Scrutò con occhi attenti tra le ombre degli alberi, studiò ogni singolo rumore provocato dal vento…
Trattenne il respiro, dopo si mosse verso una zona circondata da alcuni cipressi e meno illuminata. I suoi piedi si muovevano come se fossero spinti da un’inspiegabile malia; non sentiva neanche più le fredde gocce di pioggia che le inzuppavano i capelli. Nulla contava in quel piccolo ma infinito istante.
Infine si fermò una seconda volta in un punto in cui l’erba mancava e la terra scura sembrava disegnare uno strano simbolo: una croce all’interno di un cerchio e fuori di questo dei segni che somigliavano a rune.
Fu in quel momento che sussultò. Giurò a se stessa che qualcuno la stesse osservando tra la nera vegetazione.
Esitò… ebbe quasi paura… dopo rimase ad ascoltare il vento e le sue ansie si quietarono un po’.
Si inginocchiò su quella strana immagine e su di essa posò una rosa rossa.
Ogni notte compiva quell’azione e ogni notte le sembrava di ripiombare nel passato, quando aveva visto quell’ uomo e nulla avrebbe avuto più significato da allora.
Era un individuo alto, vestito tutto di nero, con i capelli biondi e lunghi e la pelle diafana. Si erano guardati e lui le si era avvicinato.
Quegli occhi… Cassandra non aveva mai visto occhi più magnetici di quelli. Pupille di colore azzurro opaco che sembravano contenere il mare… ma forse c’era qualcosa di più. Infondevano un calore che si propagava dentro il suo corpo, e lei sentiva crescere dentro sé il desiderio di tuffarsi in quelle iridi vive e pulsanti. Un brivido che sembrò scuoterle tutta l’anima, dopo la sua vista sembrò svanire e si trovò tra le braccia di quel misterioso adone, senza che nessuno di loro due avesse proferito parola.
Fu a quel punto che Cassandra udì la sua voce – “Donati a me” – e quella frase le si insinuò nel cuore, come una freccia che non dava dolore ma che la privava delle forze con una ipnotica voluttà, e ciò che avvenne successivamente fu solo nero.
Il rumore di un tuono risvegliò la ragazza dal suo stato di estasi. Era rimasta inginocchiata a guardare la rosa e solo adesso cominciò a sentire freddo.
Ancora una volta lui non era venuto, ma lei sarebbe sempre tornata per aspettare colui al quale apparteneva per l’eternità.
Lentamente si toccò la parte sinistra del collo all’altezza della giugulare e sentì pizzicare i due piccoli fori che aveva da tempo in quel punto.
Aveva capito… aveva accettato tutto… aveva ceduto una parte di sé. Ora doveva solo aspettare.
Cassandra si alzò e, dopo aver dato un’ultima occhiata al cielo dilaniato dal temporale, se ne andò, portandosi dentro un cupo cordoglio.


posted by: xxnecrodaimonxx at 12:24 | My Site | commenti (1) |permalink|

lunedì, 06 agosto 2007

Categories: psico-trauma

            

"Ed io tenevo il tuo cuore tra le labbra,
amarena coltivata nel segreto
di cherubini promiscui,
e sulle tue gambe bagnate
di meccaniche concessioni
la mia fuga ripeteva i suoi rosari mnemonici.
Amen."

 

NECRODAIMON - PURGATORIO -


posted by: xxnecrodaimonxx at 18:34 | My Site | commenti (1) |permalink|

mercoledì, 25 luglio 2007

ARABESCO

Categories: racconti



ARABESCO

Mi ritrovai in una camera da letto arredata in stile barocco, completamente nudo,

seduto su un divano di velluto rosso carminio.

L'aria era densa di profumi: Lancome, a tratti odore d'incenso e vaniglia.

Sulla parete di destra un orologio di nero ebano scandiva le 18:00; tende di

broccato rosso vermiglio coprivano la luce che filtrava attraverso le finestre; due

alti candelabri a sei bracci in ferro battuto nero gettavano un alone tremolante di

calda luce dai loro ceri affusolati.

Il silenzio che ammantava quella solitudine fu spezzato dal rumore di tacchi

proveniente dal corridoio. Tacchi a spillo... dieci centimetri d'altezza. Mi venne

un'erezione pensando a due gambe di donna che calzavano stivali alla schiava di

nera pelle; piedi coperti in un solo punto, all'altezza delle dita, da due stringhe

incrociate; smalto trasparente sulle unghie; pelle serica, pallida, cosparsa di olio

profumato.

I passi si avvicinarono alla porta chiusa, verso cui ero rivolto. Dopo, lo scatto

della maniglia; l'abisso aprì le sue fauci.

E lei mi apparve, indossando gli stivali che avevo immaginato e un completo di

biancheria intima in pizzo nero; perizoma con ricami floreali viola scuro,

reggiseno unica tinta.

Mi guardò negli occhi, sorrise senza tradire alcuna emozione, dopo chiuse dietro

di sé la porta e avanzò di due passi.

<<Cosa abbiamo qui? Un cucciolo smarrito o una tigre che attende la sua

preda?>>, e senza distogliere lo sguardo da me avanzò lentamente con passo

sicuro.

Io mi limitai ad osservarla e mi passai il pollice e l'indice sulle labbra; è

un'abitudine che ho.

Lei arrivò fin quasi a toccarmi le gambe con le sue; io le aprii. Il suo piede destro

si poggiò sul divano, vicino al mio pene.

Senza esitare, presi lentamente la sua gamba e la mia umida lingua assaporò quei

lineamenti di carne e nere stringhe.

Il buio calò nella mia mente... Lei si sfilò il perizoma, lasciandolo cadere tra le

mie gambe. Un attimo dopo le sue dita erano sul mio petto, mentre univa il suo

corpo al mio. Diceva che le piaceva graffiare, che le piaceva vedere il sangue di

chi si scopava.

Emise un gemito quando il primo graffio stillò una lacrima vermiglia e il mio

membro la penetrò con forza fino in fondo. Reclinò la testa all'indietro,

ansimando selvaggia, mentre entravo dentro lei e le strappavo il reggiseno.

Dolore e piacere; le nostre movenze componevano arabeschi di anima e carne.

Mi alzai dal divano, reggendola con le braccia; sul freddo pavimento lei raggiunse

il primo orgasmo, mordendomi il collo e graffiandomi la schiena.

<<Sbattimi! Sbattimi... figlio di puttana!>>, la sua voce mista ai sospiri sapeva

toccare le corde più nascoste del mio desiderio.

Un'ora dopo avevo i suoi piedi sul mio corpo. Adoravo i suoi piedi... La forma

delle dita non troppo lunghe, con le punte arrotondate; quelle piccole venature

che si intravedevano quando inclinava la loro pianta; il loro odore, la loro

consistenza.

Venni, mentre sopra di me lei cavalcava libera, femmina, donna di nessuno.

Restammo distesi a terra, abbracciati: un unico respiro, un unico sudore, nessuna

parola.

Il silenzio pulsante fu nuovamente interrotto dallo squillo del mio cellulare.

Imprecando, andai a rispondere.

<<Dove sei? Non ti sei fatto sentire per tutto il pomeriggio e mi sono

preoccupata. Tutto ok all'università?>>.

Era M., la mia ragazza.

<<Ciao tesoro. Scusami, ma abbiamo avuto dei problemi riguardo

l'organizzazione dei piani di studio. Adesso però è tutto risolto. Sono al

parcheggio dell'università. Tra poco sarò a casa.>>.

<<Hai una voce strana... Sicuro che va tutto bene?>>.

<<Si, amore... Tranquilla. Ci sentiamo tra poco.>>, chiusi.

Lei era seduta sul divano, adesso. Sembrava avere ancora voglia.

Aveva le gambe aperte e si leccava il labbro superiore.

<<Devi andare?>>.

<<Si... Ma ci sentiamo>>.

Mi rivestii e prima di andarmene restai per un po' ad osservarla, sorridendo.

<<Ragazzino, mi piace farlo con te, ma non ti montare la testa. Non vorrei che ti
innamorassi>>, accavallò le gambe e si accese una sigaretta; Pall Mal blu...

quelle che fumavo quando andavo al liceo.

<<Tranquilla... Non m'innamorerò. Questo è un gioco che si fa in due>>.

Così dicendo, uscii dalla stanza, senza salutare.

C'incontrammo altre due volte, poi non la rividi più.


posted by: xxnecrodaimonxx at 22:46 | My Site | commenti (1) |permalink|

martedì, 10 luglio 2007

Categories: psico-trauma

 
"Non voglio amarti...
Non voglio amarti col sorriso torbido
di chi segue il volo di angeli eunuchi.
Voglio sentirti come il dolore di un gatto a nove code
sul fremito di calamai infranti."
 
NECRODAIMON - FELLATIO


posted by: xxnecrodaimonxx at 21:39 | My Site | commenti |permalink|

giovedì, 28 giugno 2007

IL SIGNOR ENIGMA

Categories: racconti



IL SIGNOR ENIGMA

Il mondo, lentamente quanto inesorabilmente, si avvicinava alla fine dei suoi giorni, come un animale ferito e agonizzante.
Ogni singolo giorno era una corsa contro il tempo: qualcosa sembrava logorare l'esistenza degli uomini, come un tumore immenso che silenziosamente mangiava corpo, mente e anima. Non eravamo ancora giunti all'Apocalisse, ma forse c'eravamo quasi.
L'Angoscia,la Paura, l'Odio, la Miscredenza avevano assunto l'aspetto di mostruosi demoni che, tronfi e invincibili, facevano mattanza di ogni cosa.
Il sole non esisteva più e una pioggia fatta di lacrime e fango cadeva insistentemente sulle strade, contorte come vermi.
Il campanello della porta suonò.
Andai ad aprire, non prima di avere preso la mia Calibro 12. Era Karl, il mio amico, l'unica persona con la quale avevo mantenuto contatti dai tempi dell'università. Karl, come me, scriveva poesie ed era patito di filosofia. Era un sognatore, un orgoglioso, uno che trascorreva le ore a prendere a calci in culo la sua vita. Ora il poeta era crollato dalla sua torre d'avorio e mi sembrava che tremasse come l'albatros di Baudelaire preso a calci dai marinai.
<< Non ho più notizie di Mark... E' da stamattina che provo a chiamarlo al cellulare e al numero di casa, ma non risponde nessuno>>, mi disse con voce affannata. <<La pistola non ti servirà a nulla contro i manichini. Sembrano fantocci di cartapesta che camminano come tanti ebeti e quando dicono loro cadono a terra e non si muovono più>>.
Fu a quel punto che il campanello della porta suonò di nuovo.
<<Che sia Mark?>>, dissi, e andai ad aprire.
La sagoma di una donna si stagliò davanti a me. Aveva la faccia coperta da una maschera bianca che sorrideva e un mantello blu scuro che ondeggiava vorticosamente.
<<Cazzo!>>, gridai, e feci un balzo all'indietro.
La figura sembrò avanzare lentamente, dopo cadde a terra immobile.
<<E' uno di quei cosi!>>, disse Karl. Dopo si avvicinò alla donna e le sfilò la maschera.
Rimasi sorpreso nello scoprire che non celava alcun volto. C'era il vuoto. Un corpo vuoto che fluttuava.
<<Dobbiamo andare dal signor Enigma>>, risposi con voce apatica.
Il  signor Enigma, stando a quanto avevano detto, era l'unico uomo che aveva capito il senso di tutto quel caos, e l'unico ad avere la soluzione, forse. Abitava in un grande palazzo in periferia, ma nessuno l'aveva mai visto in faccia. Molti lo consideravano un folle, altri uno stregone, altri ancora dicevano che non esistesse nessun signor Enigma.
Prendemmo la macchina e imboccammo la statale.
Sembrava di vivere in un sogno o in un incubo: nel cielo scuro, lacerato dalla tempesta, scorgevamo occhi giganteschi che ci osservavano e delle ali oscure che apparivano e sparivano dietro i lampi. Per le strade il vento sembrava assumere le forme più svariate. Di tanto in tanto vedevamo delle sagome nere balenare nei vicoli bui, volti intangibili, vestiti che si muovevano come burattini.
<<La situazione è peggiorata notevolmente. La bufera ha provocato parecchi danni e gran parte delle vie di fuga sono state ostruite>>, parlai con tono nervoso.
Karl fumava e non faceva altro che osservare l'oscurità che sembrava infittirsi intorno a noi.
<<Ecco, dovremmo esserci quasi>>, dissi, un pò risollevato. Ma poco prima di svoltare per l'ultima via, mi colpì l'attenzione un'insegna tra le indicazioni stradali. Un grosso cartello di ferro con su scritto "NOWHERE".
<<Non c'è mai stato quel cartello!>>, rispose Karl in tono agitato.
Restai in silenzio e imboccai Via delle Lande, dove si trovava l'abitazione del signor Enigma.
Non perdemmo troppo tempo a trovare la sua residenza. Era un'enorme costruzione col tetto stracolmo di banderuole del vento e un giardino immenso che dava verso l'aperta campagna. Ma la cosa più curiosa era la forma del palazzo, ondeggiante, come se fosse un parallelepipedo deformato.
Posteggiammo la macchina e ci avviammo verso il cancello, che trovammo aperto. Attraversammo il giardino tra i colpi del vento e della pioggia. L'erba alta gemeva; mi sembrò di sentire voci di bambini intorno a noi, dopo il rumore di vetri rotti, un grido. Arrivammo alla porta d'ingresso e suonammo il campanello. Poco dopo ci aprì il signor Enigma.
Per un attimo io e Karl rimanemmo a bocca aperta e con gli occhi sgranati nel vederlo.
Era un uomo senza gambe, o meglio, aveva il corpo a forma di palla, due braccia e una testa, e rimbalzava come fosse fatto di gomma.
<<Accomodatevi>>, ci disse, tutto contento. Ci fece entrare in un ampio salone arredato unicamente da un orologio gigantesco a forma di croce gotica, con due finestre immense dalle quali si intravedeva la città in lontananza.
<<Io so perchè siete venuti qui>>, parlò con voce seria.
Non faceva altro che saltellare; faceva venire quasi la nausea seguirlo con gli occhi.
<<Che cosa sta succedendo qui?>>, domandai.
Finalmente il signor Enigma, dopo avere spiccato un lungo balzo, si adagiò su un divano. Reclinò la testa verso il soffitto e dopo una breve pausa parlò.
<<Per anni l'uomo si è dilettato a manipolare tutto ciò che lo circondava. Si illudeva di essere un piccolo dio, padrone di un mondo che non è mai stato e mai sarà suo. Ha indossato i panni del buffo artefice, creando il suo palcoscenico con i suoi bravi effetti speciali. Ma a lungo andare si è calato fin troppo nella parte e lui stesso è finito col diventare un effetto speciale. Lasciatemelo dire... i filosofi che da sempre si sono arrovellati nella ricerca di risposte che dessero un senso al canovaccio dei loro destini sono solo un rigurgito della società, dei pagliacci truccati da eruditi. Credete davvero che ciò che voi chiamate Dio vi abbia dato la possibilità di capire?... Ma suvvia!... Voi siete rimasti schiavi delle vostre stesse paure, dei vostri stessi dubbi. Avete smarrito le chiavi e siete divenuti parte di una pantomima, fino ad ora. Quella che vedete lì fuori è la realtà!... Fate parte di un circolo vizioso. Siete diventati urne vuote unicamente colme di domande, più di quanto lo eravate al momento della vostra nascita. Adesso le vostre anime piangono perchè non riescono più a trovarvi...>>
Detto questo, il signor Enigma cambiò di colore; divenne grigio, di pietra. Cadde dal divano e andò in frantumi.
Io e Karl rimanemmo senza parole, senza respirare. Notammo che le lancette dell'orologio si muovevano in senso antiorario.
Uscimmo da quella casa, tornammo in macchina e ci riavviammo verso la città, inghiottiti dalle fauci della tempesta.


posted by: xxnecrodaimonxx at 19:30 | My Site | commenti (1) |permalink|

giovedì, 21 giugno 2007

Categories: psico-trauma

"Non ho bisogno del bianconiglio
che mi conduce nei domini del Tavor
per entrare nei tuoi desideri,
stanza dei bottoni e tv al plasma
dove marionette fanno sesso
e il consumismo lecca le etichette
di manichini in calore."


                           NECRODAIMON - TRASH COLOR



posted by: xxnecrodaimonxx at 17:41 | My Site | commenti (1) |permalink|

mercoledì, 20 giugno 2007

ORIGINE

Categories: racconti



“In nomine Christi et Dei nostri, lux in speculo mundi descendet et spiriti inopia succumbet… Anima ascendet… fulgenter, et clamor gloriosus in coelum attollet…”,  le parole risuonarono come un’eco lontana, inghiottita dal vivido buio che possedeva la mia vista.
Mi chiesi per un attimo dove fossi, allungai la mano destra per capire da cosa fossi circondato e mi accorsi che l’aria era densa, acquosa, e frenava i miei movimenti.
Poi mi sembro di piombare in un totale caos mentale; ogni rumore era ovattato e le uniche cose che riuscivo a percepire perfettamente erano il mio respiro lento e pesante e un costante e sorso pulsare.Nulla… la mia mano non incontrò alcun ostacolo, ma solo tenebre profonde.Nessuna parola usciva dalla mia bocca. Mi chiesi allora da dove fossero uscite le frasi ascoltate in precedenza. Uno scherzo dell’immaginazione… Cominciai a sentire gelidi morsi dentro me: angoscia, paura…Mi fermai a riflettere. Quel globo di oscurità non poteva essere il frutto di un semplice sogno. Provavo uno smarrimento fin troppo reale per essere considerato una stupida farsa, o l’effetto di una qualche droga, o una fugace trance dovuta allo stress, ma non riuscivo a ricordare cosa mi avesse portato a vivere quella condizione. Mi sforzai, nella speranza che un qualunque barlume di rimembranza fungesse da appiglio in quel baratro di vacuità, ma la mia mente non partorì la benché minima traccia di pensiero: non ricordavo niente della mia vita. Le fauci dell’angoscia si strinsero ancora di più intorno a me. Mi sentii soffocare, preso da una smania di fuggire via da quel non senso. I movimenti erano lenti e faticosi, e quel battito sordo e cadenzato sembrava scandire il ritmo di quella lotta con me stesso. Improvvisamente un soffio di aria fredda mi investì il corpo e solcò ogni centimetro della mia pelle, come un artiglio invisibile, facendomi rabbrividire. Solo in quel momento mi accorsi di essere completamente nudo.Tutto ciò non fece altro che aumentare i miei dubbi e la mia ansia. Cominciai a scorgere in quello spesso strato di nero delle ombre danzanti. Corpi umani… no… figure proteiformi che si univano in uno strano amplesso e svanivano, per poi riapparire nuovamente. Restai immobile ad osservare quelle movenze che adesso sembravano delle spirali di fumo. Dopo tornò il buio e solo il mio respiro ferì quel silenzio distorto.Avvertii un lieve dolore al ventre e istintivamente toccai la parte da cui proveniva. Con orrore scoprii che una morbida protuberanza pendeva all’altezza del mio ombelico, come una sorta di tubo che pulsava ad intervalli irregolari.
Che cosa mi stava succedendo?... Ritrassi le mani da quella cosa, disgustato. Cercai di muovere le gambe e mi resi conto che sotto i miei piedi non c’era alcun pavimento: compresi che galleggiavo nell’aria.Quando era successo tutto ciò? Quando… quando… Annaspai affannosamente. Provai a dire qualcosa, ma la mia voce risuonò come un sussurro, spento da quel manto opprimente e smisurato. Il mio cuore sembrò non reggere più quello sforzo, ma mentre la mia mente stava accingendosi a varcare la soglia del delirio più acuto, un ago di luce penetrò l’oscuro loculo in cui ero confinato. Proveniva dal soffitto, scendendo in direzione quasi perpendicolare alla mia testa.
Alzai lo sguardo, non capendo da dove potesse provenire. Poi la luce cominciò ad aumentare in maniera lenta e graduale, e l’aria intorno a me iniziò a turbinare convulsamente. Ancora una volta non capii cosa stava succedendo.
Il battito sordo e costante che aveva accompagnato i miei vaneggiamenti per tutto quell’arco di tempo aumentò d’intensità e di velocità. Mi mancò il respiro e i miei timpani sembrarono scoppiare. La luce aumentò ancora di più ed un risucchio sembrò spingermi verso il punto da cui essa aveva origine.
Mi dimenai, in preda a degli spasmi violentissimi. Qualcosa sembrò afferrarmi e portarmi via; dopo, un’esplosione di freddo più intenso, seguita da un baiore accecante, rapì i miei sensi.
Senza che me ne rendessi conto, il mio petto fu dilaniato da respiri infuocati; l’aria che respiravo bruciava come liquido bollente, versato nei miei polmoni. Gridai con tutta la forza che avevo…
Un grido acuto che sferzò la vastità in cui mi ritrovavo, senza un nome, tremante e indifeso…
Ero nato.


posted by: xxnecrodaimonxx at 23:10 | My Site | commenti (3) |permalink|
 

Splinder Template
Designed by Anarion